Note in margine al nuovo programma dell’UNI3
Queste note introduttive non intendono presentare in modo analitico il nuovo programma dell’UNI3 – compito che appartiene piuttosto alle pagine che seguono – quanto suggerire qualche riflessione più generale sul significato che un’esperienza di formazione permanente può ancora assumere oggigiorno.
Fra le molte convinzioni che la modernità sembra avere trasformato in evidenze quasi incontestabili, ve n’è una che colpisce particolarmente per la sua apparente semplicità: l’idea secondo cui l’uomo coinciderebbe integralmente con la propria natura biologica. Nasciamo esseri umani e dunque penseremmo di esserlo già compiutamente.
Nel suo recente saggio Essere o non essere umani. Ripensare l’uomo tra scienza e altri saperi (Milano, Raffaello Cortina, 2024), lo scrittore e intellettuale svedese Björn Larsson torna su una domanda antichissima, che attraversa da secoli la filosofia, l’antropologia e perfino la storia delle religioni: che cosa fa davvero dell’uomo un essere umano? E soprattutto: l’appartenenza biologica alla specie Homo sapiens basta davvero a fare di noi dei cosiddetti sapiens sapiens?
A un certo punto della sua lunga vicenda evolutiva, infatti, l’uomo ha incominciato a compiere gesti che, almeno dal punto di vista della sopravvivenza immediata, appaiono singolari, quasi inutili. Ha inciso figure sulle pareti delle caverne, accompagnato i morti con rituali simbolici, raccontato storie attorno al fuoco, elaborato miti, musiche, forme di rappresentazione del mondo. In altre parole, ha prodotto cultura. Ed è difficile sottrarsi all’impressione che qualcosa di decisivo sia avvenuto proprio lì, in quel passaggio lontanissimo e quasi indecifrabile, quando la vita umana ha cessato di coincidere esclusivamente con il bisogno materiale e con la risposta immediata agli stimoli della natura.
Forse è anche per questo che la cultura continua ad avere un valore che va ben oltre l’intrattenimento o il semplice accumulo di conoscenze. Attraverso di essa uomini e donne costruiscono memoria, trasmettono esperienze, attribuiscono significato al tempo vissuto; imparano lentamente a collocarsi dentro una storia che li precede e li oltrepassa. Vi è nella cultura qualcosa che interrompe l’immediatezza dell’esistenza e introduce distanza, interpretazione, coscienza di sé.
Colpisce allora che proprio le società contemporanee – straordinariamente sofisticate sul piano tecnico e scientifico – sembrino talvolta attraversate da una crescente insofferenza verso tutto ciò che richiede lentezza e approfondimento. La rapidità della reazione tende ormai a sostituire il tempo della riflessione, mentre il sapere viene spesso valutato quasi solo per la sua utilità.
Naturalmente nessuno rimpiange con nostalgia un passato idealizzato e spesso assai meno libero del presente. Rimane però la sensazione che una civiltà incapace di custodire spazi di pensiero disinteressato finisca, quasi senza accorgersene, per impoverire progressivamente anche la propria idea di umanità.
È anche in questa prospettiva che esperienze come quelle dell’UNI3 acquistano un significato particolare, difficilmente riducibile alla sola offerta di corsi o conferenze. Continuare a studiare e confrontarsi con ciò che ci circonda quando gli obblighi professionali sono ormai alle spalle significa infatti mantenere aperto un rapporto vivo con la realtà, sottraendosi almeno in parte all’idea che l’età debba coincidere con una progressiva restrizione della curiosità e della propensione a stupirsi.
La programmazione che qui si presenta, come spesso all’UNI3, nasce dall’intreccio di proposte molto differenti fra loro: interessi dei corsisti, suggerimenti dei docenti, percorsi elaborati dalla direzione, disponibilità di studiosi e relatori. Ne risulta un percorso composito, che tuttavia conserva – almeno nelle intenzioni – un filo conduttore riconoscibile: offrire occasioni di approfondimento che non si esauriscano nell’immediatezza dell’attualità o dell’utilità pratica. In questo orizzonte si colloca anche il ciclo pluridisciplinare dedicato a San Francesco d’Assisi, figura che continua a interrogare la cultura europea ben oltre la dimensione strettamente religiosa e che, a ottocento anni dalla morte, sembra ancora capace di parlare a sensibilità molto diverse.
Del resto, uno degli aspetti più sorprendenti della condizione umana consiste proprio nella possibilità di continuare a trasformarsi interiormente lungo tutto l’arco dell’esistenza. Vi è talvolta, nelle persone anziane, una libertà intellettuale che i più giovani non possiedono ancora interamente; una capacità di mettere in relazione esperienze, memorie personali e interrogativi essenziali che soltanto il tempo, con le sue stratificazioni, rende davvero possibile. Non è probabilmente casuale che molte civiltà abbiano affidato agli anziani il compito di custodire la memoria collettiva e di trasmettere forme di saggezza difficilmente riducibili alla sola competenza tecnica.
La cultura, naturalmente, non cancella le fragilità dell’età né arresta il trascorrere degli anni. Può però mantenere vivo un rapporto partecipe e interrogante con il mondo. E in una società che tende sempre più a identificare il valore delle persone con la loro efficienza, anche questa dimensione acquista un significato particolare. Vi sono infatti forme di apprendimento che non producono un risultato misurabile e che, proprio per questo, finiscono talvolta per toccare aspetti essenziali dell’esperienza umana. Diventare umani appartiene, almeno in parte, a un processo mai definitivamente concluso.
Giampaolo Cereghetti
Direttore UNI3